Tabellini: Slave Act in arrivo.


http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/17/crisi-guido-tabellini-non-ce-altra-via-giu-salari-e-tasse-alle-imprese/1092528/


Guido Tabellini, economista, ex rettore della Bocconi, è l’esponente più autorevole della cabina di regia economica che Matteo Renzi vorrebbe a Palazzo Chigi. “Riforme del lavoro che tengano sotto controllo i salari e favoriscano le esportazioni.”


E’ dunque questo, ciò che ci dobbiamo attendere dal Job Act?
Temo proprio di si.

Una riforma di questo tipo porterebbe ad un grave peggioramento nella distribuzione della ricchezza e potrebbe portare ad un conflitto sociale estremizzato che affosserebbe definitivamente la nostra economia. In un clima sociale teso e conflittuale la produttività non può che diminuire aggravando ulteriormente la situazione, il calo della domanda interna poi farebbe il resto.

Che un abbassamento dei salari possa poi aumentare la competitività e di conseguenza le esportazioni è tutto da vedere. Vista la contrazione del mercato interno dovuto al calo della domanda, gli investimenti esteri nel nostro paese potrebbero diminuire, dato che il nostro mercato diventerebbe meno appetibile e nessuno verrebbe ad investire in Italia per esportare in Cina o nell’est Europa.

Gli investimenti italiani all’estero non sono determinati dall’inferiore costo della mano d’opera ma principalmente dal minor costo dell’energia, dalla minor burocrazia, da un’imposizione inferiore e soprattutto dalla maggior dinamicità dei mercati. Quindi questi investimenti non rientrerebbero, anzi si estenderebbero ulteriormente.

Le aziende che producono in Italia con maggior vocazione all’esportazione sono quelle con prodotti a più elevato contenuto tecnologico, creativo o qualitativo, soprattutto nel settore agro-alimentare.
Il contenuto di mano d’opera in queste aziende è quasi irrilevante e dove lo fosse si tratta di mano d’opera altamente specializzata, che a fronte di una diminuzione degli stipendi potrebbe emigrare lasciando un vuoto difficilmente colmabile.

E’ ovvio che non possiamo competere con i paesi in via di sviluppo sul costo della mano d’opera a meno che non si abbassi il tenore di vita della classe basa e media a livelli inaccettabili.

L’unica via per uscire dalla crisi sarebbe esattamente quella opposta, aumentare la domanda interna elevando i salari ed espandendo la spesa pubblica produttiva. Orientare la spesa pubblica verso investimenti che creino lavoro per le imprese italiane, soprattutto quelle legate al mercato interno ed al territorio.
Favorire la nascita e lo sviluppo dei distretti industriali, per migliorare la sinergia fra le PMI, favorire l’integrazione fra le aziende e le università, i centri di ricerca e i poli di formazione tecnica, questo in realtà potrebbe aumentare anche le esportazioni.
Evitare grandi opere, spese militari e sovvenzioni a pioggia che non creano ricchezza ma sprechi e deviare queste risorse per lo sviluppo e la diminuzione delle imposte. Prediligere l’acquisto di beni e servizi prodotti sul territorio nazionale e l’appalto delle opere alle aziende del territorio, eliminare la figura del general contractor.
Aumentare e riequilibrare gli investimenti nel trasporto pubblico, nella sanità, nella scuola, nella ricerca e nella salvaguardia ambientale. Favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili, il risparmio energetico ed ottimizzare la produzione delle energie tradizionali al fine di diminuire i costi.
Rivedere gli ammortizzatori sociali introducendo un reddito di cittadinanza, un reddito di sostegno, limitando l’uso della cassa integrazione e favorendo i contratti di solidarietà. Riequilibrare il sistema pensionistico raddoppiando le pensioni più basse e dimezzano quelle più alte. Questo non solo allevierebbe le sofferenze di molti cittadini ma rimetterebbe in circolo molto denaro con forte aumento della domanda interna.

Ma per fare questo si dovrebbe sforare il rapporto del 3% debito/pil? Forse si, anche se non è certo, ma se si riuscisse a generare sviluppo ed un inflazione attorno al 3% annuo si rientrerebbe nel parametro nell’arco di pochi anni. Un piano serio, corredato da numeri, date e punti di revisione e controllo, forse potrebbe essere fatto accettare anche all’Europa, sempre che a proporlo fossero politici seri. I politici poi, sempre che fossero seri, di fronte ad un no europeo potrebbero anche minacciare un’uscita dall’Euro e dalla CE e in caso di ulteriore irrigidimento delle istituzioni europee, metterlo in atto.

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